Casella di testo: Diritto di Parola
Casella di testo: Il 29 aprile 1945, alla presenza dei vertici delle forze alleate, il colonnello von Schweinitz e il maggiore Wenner sottoscrivevano la resa ufficiale delle truppe tedesche in Italia nella prestigiosa cornice della Reggia di Caserta. In quello stesso giorno, di buon’ora, una folla silenziosa andava lentamente infoltendosi in Piazzale Loreto, a Milano, all’altezza di un distributore di carburante. Proprio lì, infatti, nelle prime ore del mattino, qualcuno aveva trasportato e lasciati penzolare i corpi senza vita di Benito Mussolini, Claretta Petacci ed altri gerarchi fascisti. La loro cattura ed esecuzione si era svolta lontano, mentre erano in fuga disperata verso la Svizzera. Ma qualcuno aveva deciso di conferire all’avvenimento un significato particolare, simbolico, in grado di colpire tutti gli osservatori.
Per cominciare, il luogo della macabra esposizione era lo stesso dove, appena due o tre settimane addietro, i nazi-fascisti avevano esposto per giorni i corpi martoriati di alcune decine di partigiani uccisi nel corso di uno dei tanti rastrellamenti, che l’imminente fine di tutto – pienamente percepita dai componenti di entrambi gli schieramenti- rendeva, se possibile, ancora più spietati. Ma c’era anche un significato più profondo, che forse gli stessi artefici non riuscivano a comprendere nella sua totalità.
L’esposizione di quei corpi, segnatamente dell’uomo che aveva guidato la nazione per vent’anni fino a distruggerla, costituiva una svolta fondamentale nell’immaginario collettivo. Era la conferma inequivocabile della rottura del filo che aveva consentito a Mussolini di tenere in pugno una intera nazione e tanti –troppi- italiani fino, ed anche oltre, all’ annientamento di ogni pur pallida speranza. Era, in altri termini, la rottura definitiva del patto del dittatore con gli italiani.
La folla, che si assiepava intorno al distributore di carburante sempre più numerosa, tentando ad un certo punto anche di infierire sui cadaveri nel tentativo di scaricare una rabbia troppo a lungo repressa, arrivò a riempire come un uovo Piazzale Loreto e tutte le zone adiacenti. Le forze dell’ordine, poco numerose e disorganizzate, facevano davvero fatica a tenerle testa. Ben presto, fu necessario ricorrere alle maniere forti, e gli animi si andarono gradualmente placando. In questa folla così eterogenea e variamente motivata, talvolta soltanto curiosa, c’erano giovani e anziani, immagine paradigmatica di due Italie: quella del prima e del dopo, quella della guerra e quella della pace, quella di un paese che è stato e quella di un paese che –si spera- sarà.
La guerra era finita. Ma non come l’8 settembre, quando tutti gli italiani furono costretti a ricredersi nel giro di poche ore,  il tempo necessario a realizzare che la guerra ora si combatteva in casa, con quanto terribilmente ne conseguiva. No, nulla di tutto questo. Ora la guerra è finita davvero. Niente più improvvisi allarmi antiaerei, che a garanzia dell’incolumità ti imponevano di correre in qualsiasi momento del giorno verso sottoscala o cantine definiti pomposamente “rifugi”. Niente più esplosioni improvvise e devastanti, raffiche di mitragliatrici, urla di dolore e disperazione, niente più cadaveri sparsi ovunque.
Basta con le strade avvolte come un sudario dal pesante silenzio del coprifuoco rotto dagli ordini urlati in una lingua straniera, dai colpi di ammonimento e da quelli mortali. Basta con la paura sorda e cieca, inevitabile compagna di viaggio, con il sinistro sferragliare dei cingolati ed i colpi isolati dei cecchini che potevano succhiarti la vita in un attimo.
La guerra era finita. Eppure, la fine della guerra –di ogni guerra- rappresenta qualcosa di strano perchè, dopo i primi momenti di euforia incontenibile, reca in sé un silenzio profondo e significativo, per molti versi irreale. Un momento importante, questo, che consente a tanti di rialzare finalmente la testa e trovare il tempo di guardarsi attorno, di osservare con attenzione quello che la semplice ed istintiva lotta per la sopravvivenza ha impedito di vedere. E di scoprire così le ferite sanguinanti, le macerie, il simulacro di un paese, di una società, di una economia che semplicemente non esiste più.
La guerra era finita, certo. Ma lasciava dietro di sé città, campagne, paesi che, trasformati per lunghissimi mesi in campi di battaglia, erano ridotti ad un cumulo informe di macerie fumanti. In  queste condizioni, anche la capacità di orientamento delle persone ne usciva, spesso, lacerata.  Ed erano davvero in molti a fare fatica a riconoscere edifici, strade, quartieri, persone. Spesso, a non sapere dove andare.
L’eredità lasciata dalla guerra era pesante, tangibile: non c’era quasi più nulla di quello che veramente serviva a chi, con sgomento, si riscopriva ancora vivo. Tre milioni di case ridotte in macerie, 30mila Casella di testo: chilometri di strade impraticabili, 8.000 ponti abbattuti, 6.500 chilometri di ferrovie completamente distrutti, 25 chilometri di gallerie interrotti, il 60% delle locomotive irrimediabilmente fuori uso, il 90% delle corriere fermo. Numeri terribili, immagine statistica di un paese che non c’era più.
E poi c’era anche un’altra guerra: quella di chi l’aveva combattuta sui vari fronti. Anche per costoro la guerra era finita. Ma erano in tanti, al limite delle forze fisiche e mentali, talvolta anche oltre. Seicentocinquantamila prigionieri dei Tedeschi, altrettanti degli Angloamericani e circa 50mila dei Sovietici. Per tutti, ancorché in modo diverso, iniziava un viaggio irto di difficoltà che si sarebbe concluso mesi, qualche volta anche anni, dopo: spesso dolorosamente.
Quasi tutti erano in movimento. Tornavano alle proprie città, alle proprie case o a quello che tristemente ne rimaneva, cercavano di ricongiungersi ad amici e parenti come potevano, ma con la caparbia speranza di ricominciare. In quella tarda primavera del 1945 era come se il tempo si fosse fermato. Chi c’era, chi ha sofferto quell’immensa tragedia morale e materiale, chi ha visto un intero paese in ginocchio, non ha dimenticato, ne’ riuscirà mai a farlo.
La guerra, dunque, era finita. E cominciava la pace.
					Prof. Ciro Rocco
Casella di testo:  15 maggio 2009
Casella di testo: Numero 3
Casella di testo: Periodico dell’ Istituto Giordani di Caserta